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Piccoli Balotelli crescono. Dentro gli oratori e nei campetti di periferia illuminati dal sole sul tetto dei palazzi in costruzione. Sono gli ambasciatori del calcio senza barriere e con un unico confine, segnato con il gesso al margine del rettangolo verde. L’esercito di giovani stranieri che hanno nella tasca la tessera della Federazione Italiana Gioco Calcio è in progressivo aumento. Un’onda lunga che in Lombardia, da un anno con l’altro, è aumentata di 21 punti percentuali ed ora sfiora le 8mila 500 unità. Milano, Bergamo e Brescia sono le locomotive già lanciate nel domani. A Cremona la crescita è ancora contenuta (+10%), ma intanto si è saliti dai 467 tesserati del 2010 a quota 515. Ragazzini dai 6 ai 16 anni, nati in Italia o che qui sono cresciuti dopo aver lasciato il paese d’origine. Apprendisti centrocampisti, trequartisti, attaccanti che alimentano la loro passione ascoltando l’Ipod mentre sognano i gol di Drogba e Messi. L’integrazione è un pallone rotondo e fa nulla se c’è chi ha messo fuorilegge la vecchia sfera di cuoio. Il linguaggio del calcio resta lo stesso: semplice e comprensibile. Riassumibile in una parola, gol, che non ha alcun bisogno di passaporto per essere urlata a squarciagola dopo una rovesciata. La leva calcistica dei capitan Futuro è fra noi. E nemmeno è lontana parente degli emigranti del pallone che arrivarono custodendo speranze nella valigia di cartone. No, non troveremo un altro Zahoui, primo africano in serie A, acquistato dall’Ascoli di Rozzi per 10 milioni di lire e un container di tute e palloni donati alla sua vecchia squadra. E manco vi sarà un novello Geza Boldizsar, il portiere che poco più che ventenne lasciò di notte l’Ungheria e la nazionale guadando un fiume, per sfuggire alla cortina di ferro. I Balotelli della seconda generazione sono italiani a pieno titolo. O quasi. Tesserarli resta infatti esercizio di pazienza e fiducia. Colpa della burocrazia. La stessa che quasi un secolo fa mise in fuga anche Kubala.

PAOLO LODA

(Lo Sport cremonese, 2 ottobre 2011)

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